Autore: nodus

  • Rdc: Paone (Nodus), politica superi divisioni elettorali e si occupi con competenza del fallimento della misura.

    Rdc: Paone (Nodus), politica superi divisioni elettorali e si occupi con competenza del fallimento della misura.

    “La politica superi le divisioni elettorali e si occupi con senso di responsabilità e competenza del fallimento del reddito di cittadinanza”.

    Così l’avvocato giuslavorista e Presidente di NODUS Centro Studi economia sociale e lavoro, Alessandro Paone commenta i dati INPS del 25 gennaio. “Una nota quella dell’INPS in cui si precisa che nel 2022 hanno beneficiato del reddito di cittadinanza 3.66 milioni di persone per una spesa di 7,99 miliardi di euro. Una cifra enorme – sottolinea Paone – che però equivale a poco più di 2.000 euro per testa investiti senza che la situazione di povertà o bisogno dei singoli sia mutata, tanto più che la stragrande maggioranza non ha mai acceduto al mercato del lavoro”. Per il presidente di NODUS “desta preoccupazione il contesto generale che emerge: in Italia abbiamo poco meno di 59 milioni di residenti con trend demografico in calo. Gli occupati (tra subordinati e autonomi) sono circa 23 milioni, quindi 36 milioni di cittadini, la maggioranza, non produce reddito ma vive di altro. Di questi 13 milioni sono inattivi, cioè non cercano lavoro. In questo quadro occorre domandarsi l’utilità di investire simili somme di denaro in sussidi passivi tenuto conto delle difficoltà in cui versa l’Italia da anni. È evidente quanto sia oramai urgente e indifferibile ripensare la misura, cui pure una parte del Paese si è abituata, per riversare le risorse in strumenti in grado di aumentare l’occupazione e riaccendere il trend demografico. Se continuiamo così l’Italia non avrà risorse di che mantenere lo stato sociale di cui è dotata. Come NODUS rivolgiamo alla politica un appello al superamento delle posizioni di interesse partitico e di posizionamento elettorale affinché agiscano con responsabilità e rapidità nell’affrontare un problema che non ha colori né ideologie ma è oggettivo e non trascurabile”, conclude Paone.

  • E se le grandi dimissioni fossero un buon segnale?

    E se le grandi dimissioni fossero un buon segnale?

    Abbiamo passato anni a teorizzare un sistema all’americana, dove la mobilità è normale, forse finanche eccessiva per i nostri meccanismi sociali e culturali, e alla prova pratica ci spaventiamo degli effetti e cerchiamo a tutti i costi di rintracciare negatività di fondo.

    Alessandro Paone

    Le grandi dimissioni all’italiana producono nella mia immaginazione la scenografia di una conversazione familiare in cui una nonna si porta le mani al volto ed esclama in direzione del nipote dimissionario – per questo dissennato – una batteria incessante di: ripensaci – non commettere imprudenze – seguiti dall’immancabile: devi farti una famiglia / tieni famiglia – ai miei tempi si pensava alla stabilità (sbam!).

    Ammesso che le dinamiche siano ancora queste (al Sud più che al Nord, e non a caso), è così perché c’è un mondo in mezzo a noi che guarda ciò che accade con gli occhi di ieri, e un altro che semplicemente lo vive ma non riesce a farsi limpidamente comprendere, di modo che il suo agire appare oscuro e viene facilmente incasellato entro schemi logici e narrativi negativi, superati, vecchi.

    Molti di noi sono figli di una generazione che vedeva nella stabilità del singolo posto di lavoro l’architrave attorno alla quale costruire la progettualità della vita, a tal punto centrale nella cultura sociale del lavoro da venir giuridificata nei contratti collettivi in cui ancora oggi è predominante l’idea di fondo che la crescita è correlata all’anzianità (e poi ci domandiamo perché abbiamo un problema di produttività: perché le radici delle sue regole sono antitetiche).

    Si intravede l’ottica con cui si osserva il fenomeno delle dimissioni degli 1,66 milioni di italiani che negli ultimi nove mesi hanno deciso di lasciare il posto di lavoro. Il dato non ci svela quale sia il passaggio successivo ovvero se costoro sono rientrati nel mercato oppure no (fatto empiricamente molto improbabile). Ciò nonostante, tutto attorno è discussione sulle cause più o meno certe che per qualche oscura ragione devono essere negative, e così è un gran parlare di lavoro povero, desiderio di riappropriassi della vita mortificata dal troppo e precario lavoro, una discussione alimentata in primis dal sindacato che si posiziona promuovendo l’importanza della contrattazione come metodo risolutivo (per carità i temi sono reali, ma perché allora invece di proporla non la pratica dato che ne ha la facoltà?).

    I conti non tornano: chi l’ha detto che il dato sia sintomo di negatività? E se fossimo in presenza di un segnale positivo e inatteso di ammodernamento del sistema. Nessun allontanamento dal lavoro per ragioni (esclusivamente) salariali o di qualità della vita bensì mobilità lavorativa che nel mismatch fra domanda e offerta ha finalmente generato nel mercato del lavoro quel dinamismo che spinge le persone a cambiare con maggiore naturalezza, processando internamente con minori tensioni il cambiamento occupazionale.

    Non si può escludere il consolidamento di una dinamica di cambiamento che sta divenendo normale, alla cui base vi è nelle persone la maturazione del pensiero che stabilità occupazionale non significa, per forza, stesso posto per tutta la vita bensì un mercato in grado di assorbire il lavoro costantemente durante la vita professionale di un individuo, in una molteplicità di luoghi e competenze.

    Abbiamo passato anni a teorizzare un sistema all’americana, dove la mobilità è normale forse finanche eccessiva per i nostri meccanismi sociali e culturali, e alla prova pratica ci spaventiamo degli effetti e cerchiamo a tutti i costi di rintracciare negatività di fondo. Non vorrei ciò denotasse un certo provincialismo ed il rifiuto dell’idea di cambiamento e dell’accettazione di ciò che è diverso, un processo che richiede sforzi politici e normativi importanti in una materia, quella del lavoro, tanto complessa quanto lasciata sullo sfondo dell’azione politica stante la sua naturale vocazione alla impopolarità.

    Siamo rimasti imprigionati nella discussione familiare, tra le mani al volto della nonna, e vogliamo illuderci che la crescita possa ancora essere una conseguenza della anzianità occupazionale. Se così fosse, oltre a sbagliare lettura sbaglieremmo sicuramente nella creazione delle condizioni perché il nostro sistema lavorativo possa esercitare in tempo breve una qualche forma di attrazione e resistere al costante impoverimento di giovani ed al calo demografico.

  • Nasce NODUS – Centro Studi Economia Sociale e Lavoro: il polo pluralista under 40 della cultura e della competenza in materia di economia, sociale e lavoro, che vuole unire nord e sud del Paese

    Nasce NODUS – Centro Studi Economia Sociale e Lavoro: il polo pluralista under 40 della cultura e della competenza in materia di economia, sociale e lavoro, che vuole unire nord e sud del Paese

    Milano, 20/12/2022 – Nasce NODUS – Centro Studi Economia Sociale e Lavoro, ideato e fondato da Alessandro Paone, avvocato giuslavorista ed opinion leader tra i più noti nel panorama nazionale, insieme ad un nutrito gruppo di giovani professionisti ed accademici di primo piano, fra cui figurano il commercialista Giorgio Misuraca, il consulente del lavoro Salvatore Vigorini, l’avvocato Daniele Iorio ed il professor Marco Biasi, associato di diritto del lavoro presso l’Università Statale di Milano.

    Esperienze professionali di alto livello, competenze e provenienze diverse accomunate dalla giovane età e dalla comune volontà di rimettere al centro del dibattito pubblico il “lavoro” e alimentare il confronto sulle più attuali tematiche sociali ed economiche che impattano sullo stesso.

    Nasce così una piattaforma pluralista di confronto trainata da giovani professionisti, che si pone il fine di stimolare la riflessione per individuare soluzioni e formulare proposte ai policy makers in un momento di enorme trasformazione ed in assenza di politiche industriali di lungo periodo.

    La pandemia e la guerra russo-ucraina hanno messo in crisi alcuni dei paradigmi sui quali la nostra società si è costituita. La maggioranza di noi è cresciuta in un contesto nel quale la disponibilità di beni e servizi è scollegata dalla consapevolezza delle complicazioni che si celano dietro i prodotti più comuni, dalla lunghezza delle filiere alle lotte sociali ed alle dinamiche salariali che si muovono lungo di esse, per non parlare delle disuguaglianze di fondo, sempre nuove e sempre diverse.

    Due eventi drammatici in soli due anni hanno drasticamente segnato la nostra epoca inserendo un prima e un dopo – spiega Alessandro Paone, fondatore e Presidente di NODUS “E nel “dopo” che ci avvolge sottoforma di presente il nostro Paese sta aprendo gli occhi su distonie di fondo che non possiamo più tacere: il calo demografico, l’impatto a tendere di questo sul sistema previdenziale, la disoccupazione giovanile, i NEET, le carenze del sistema scolastico e formativo, la mancanza di manodopera, l’incredibile divaricazione sociale, culturale ed economica fra nord e sud. NODUS nasce per rispondere al bisogno di capire, di leggere il presente attraverso gli occhi della conoscenza e della competenza, per dare chiavi di lettura, individuare proposte ed eventualmente soluzioni” e conclude “Soprattutto NODUS nasce dalla sete di confronto fra pensieri e punti di vista, per rintracciare nella diversità quel punto di incontro in grado di legare, di annodare, come un nodus, le anime multiformi di un Paese che nella differenza può costruire il suo futuro”.

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